Tra noi e l’altro c’è una distanza naturale, noi riteniamo altro lui e lui ritiene altri noi.
Nelle guerre questo è ancora più evidente, perché le guerre, è ovvio, nascono quando gli uni non capiscono le ragioni degli altri, e gli uni dicono che il male è lì mentre gli altri dicono che il male è qui, e in nome di questo Dio io ammazzo te e in nome di un altro Dio tu ammazzi me. Mi rendo conto che per tutta la vita non ho fatto che questo, per tutta la vita una sola cosa mi ha incuriosito: capire gli altri. Ma per capirli bisogna avvicinarli, vivere nel loro mondo.
Vorrei che i diritti fondamentali fossero sempre rispettati, ma onestamente mi chiedo: siamo tutti d’accordo sull’universalità di questi diritti? Certo che c’è qualcosa che accomuna gli esseri umani, che dovrebbe essere il rispetto per tutti. Un occidentale ha forse meno paura della morte di un orientale? Forse la psiche è diversa tra un orientale e un occidentale? Non credo. Un orientale ama più o meno come un occidentale, ha la stessa paura di essere solo… Secondo me di cuore ce n’è uno solo, e il cuore è uguale per tutti, la voce del cuore sa quali sono i diritti umani, i diritti degli animali, il cuore parla allo stesso modo nel petto di tutti, musulmani, ottentotti, bantù, esquimesi, uomini, donne. Il problema è che questa voce del cuore non la sta più ad ascoltare nessuno, c’è tanto rumore, quella è una voce piccola, che bisbiglia, proprio un soffio a volte. Prendiamo coscienza di esserci e cominciamo a ragionare, cosa vogliamo diventare, da dove veniamo, dove stiamo andando. Come è possibile che con tutte queste scienze delle comunicazioni, con tutti questi telefonini, abbiamo dimenticato le cose fondamentali? Credo che occorra cercare in se stessi le proprie radici, la propria ricchezza. Il punto è chiedersi: dobbiamo aiutare gli altri popoli, che ci sembrano oppressi, a volere quello che vogliamo noi? Bisogna per prima cosa rendersi conto che nel mondo ci sono oggi milioni e milioni di persone che non vogliono essere come noi. Sono orgoglioso di essere europeo, ma dico: “siate orgogliosi di essere chi siete, però non pretendete che la vostra cultura abbia il monopolio di tutto, il monopolio della dignità della donna, il monopolio della civiltà, il monopolio della felicità, del benessere, del progresso. Analizzate, confrontatevi, difendete la vostra in maniera giusta, non violentemente”. Io trovo bello, meraviglioso essere diversi. Pensate alle donne giraffa del nord della Birmania, che portano quei lunghi collari. E’ una tortura terribile, ma cosa dovremmo dire loro: “Toglieteveli”? non solo il loro collo è diventato così lungo che levando il collare soffocherebbero, ma soprattutto in questo modo sarebbero private della loro identità. Tutta la vita sognano questo… Alla lunga se non gli andrà più bene saranno loro a cambiare, le trasformazioni economiche e culturali porteranno a questo mutamento, ma l’idea che ci debba essere un gruppo di donne americane che gli tolgono i collari è una follia. Riguardo al burqa è lo stesso. Sono d’accordo che è l’espressione di un aspetto maschilista dell’Islam, ma è anche una tradizione di centinaia di anni. Ci sono gruppi di coraggiose donne afgane che risolveranno il problema. Ma mi chiedo nuovamente: dobbiamo aiutarle a volere quello che vogliamo noi? Il rispetto delle altre culture è una grande cosa, quello che va evitato è lo scontro tra civiltà, che porterà alla fine di tutto. Mai come ora l’umanità ha avuto in mano armi di distruzione di massa così potenti, e questo rappresenta un pericolo per tutti gli esseri umani, ma l’idea che gli americani vogliono andare a bombardare Saddam Hussein per togliergli queste armi è assurda, come se solamente loro avessero il diritto di possederle. Ma allora perché non ricominciamo da zero, non eliminiamo le armi e smettiamo di produrle?
Se dovessi analizzare la situazione di oggi direi che per la popolazione americana l’istinto di vendetta è comprensibile, perché si sono presi una botta spaventosa. Direi anche che dietro c’è il petrolio, c’è l’interesse delle aziende militari che vogliono rinnovare tutto l’armamento, la voglia di essere una superpotenza.
Ma oggi voglio fare un passo in avanti: le vere radici della violenza, cioè della guerra, secondo me non sono fuori di noi. La violenza ha le sue radici dentro, nelle nostre passioni, nei nostri desideri, nella nostra voluttà, nel nostro arraffare, nel nostro voler possedere più che volere essere. Tutte le rivoluzioni esterne sono state dei disastri. Quelle di questo secolo, la fine della rivoluzione sovietica… che disastro, le montagne di morti, le montagne di lacrime, le tracce di orrore, di tristezza… e quella cinese? Quanti morti… e quella vietnamita? Perciò sono arrivato a questa conclusione, che è la mia ultima speranza: forse l’unica rivoluzione da fare è quella interiore, che non fa morti, non massacra, non lascia tristezza. Ci vorrà tempo, forse due vite, tre, quattro generazioni, ma è questa una buona ragione per non cominciare? Dico sempre che se ognuno di noi fa una piccola cosa, allora tutti insieme ne facciamo una grande.
Il Buddismo ha dato veramente il contributo più grande. Mi piace raccontarlo come fa Thich Nhat Hanh, quando dice che il tavolino che ha davanti è lì perché migliaia di cose hanno contribuito: quel seme, quel giorno che ha piovuto, quella pianta che è diventata albero dentro la foresta, il boscaiolo che va e lo taglia, e poi lo porta in una segheria dove c’è un falegname, e il falegname prende i chiodi, e anche i chiodi vengono da una miniera dove un giorno un altro signore è andato a comprarli. Bastava che il nonno del falegname non fosse nato, e quel tavolo non sarebbe stato lì…
Se la vita è così, allora perché vogliamo eliminarne un pezzo che non ci sta bene? Se riuscissimo a dire: «Siamo tutti parte di questa cosa», se riuscissimo con questa benedetta coscienza a prendere coscienza di chi siamo, dove siamo, da dove veniamo, dove andiamo, forse… Però soltanto quando si vedono i morti altrui come propri, quando si sente la sofferenza sui corpi degli altri come sul proprio, allora si comincia a ragionare. Il cammino di pace può partire da tante considerazioni: secondo me è l’unico cammino oggi. Qualcuno mi ha detto: ah, tu parli sempre della pace, ma in tutta la storia dell’umanità c’è stata sempre la guerra… Io ho risposto, citando Gandhi: ma perché ripetere la vecchia storia e non cominciarne una nuova? L’essere umano che noi siamo oggi non è allo stadio definitivo, veniamo dalla scimmia, ci sono voluti cinque milioni di anni per diventare così. Questa non è la fine della nostra specie, è una parte della sua storia. Allora perché non approfittare ora di questa bella cosa che è la coscienza per fare un passo in su invece che in giù? Visto che possiamo ancora cambiare, perché non prendiamo la decisione di cambiare in meglio, un po’ più di fratellanza, un po’ meno violenza… Ma guardatevi davvero bene attorno, guardate la televisione, siamo all’inizio di una svolta orribile di disumanità, di atrocità, di imbarbarimento… Vogliamo continuare in questa catena oppure, come io dico, cogliere questa buona occasione? Tutto il mondo ha visto le torri crollare, e tutto il mondo tutte le sere vede la Palestina, com’è che la gente non si sveglia? Io ci spero ancora: questa è una buona occasione, l’occasione che tutti dicano basta, non si può andare avanti così… Io dico che siamo inconsapevoli complici, non c’è dubbio, siamo corresponsabili. Se non prendiamo coscienza e non diciamo basta…
Se in ciascuna di queste parole ha acceso anche una sola lampadina, e questa ne ha accesa un’altra e così via… posso essere contento, ho fatto il mio dovere. E ora torno per un po’ alla mia meravigliosa montagna.