mercoledì 27 dicembre 2006

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Complici di un massacro

Sono stato alla Santa Messa di Natale. Purtroppo, una volta preso posto, la mia attenzione è stata distolta dalla passerella di sfoggio di innumerevoli pellicce poste ad addobbare come un'opulento albero di Natale, delle lussureggianti signore di età molto varia e accompagnate da compiaciuti mariti. Un'analogia mi apparve subito evidente: gente che si reca nel luogo sacro della chiesa, dove si celebra e si santifica il miracolo della vita, in tutti i suoi aspetti, portandosi dietro uno dei più eclatanti simboli di morte e di cattiveria umana. E' evidente che manca qualche tassello nel puzzle di sensibilità e di coerenza della gente. Un'altro grande paradosso e controsenso nel ricco cervello occidentale. La superficialità e l'insensibilità dei nostri ricchi paesi non sembra avere fine. Da un lato si può più o meno amorevolmente allevare e prendersi cura di un caro animale domestico per anni, sentirne le emozioni, condividerne i momenti, piangerne la sua morte, dall'altro ci si può ricoprire il corpo con un mantello di 250 cincillà scuoiati vivi, senza nessuna colpa, sentendosi più belle e dimostrando alla società che si è stato in grado di poter spendere 4.500€ senza problemi. Ho visto i video che mostrano come in Cina sono scuoiati vivi gli animali destinati a diventare pellicce. Non si può non piangere. Barbarie. Doppia barbarie acquistare le pellicce, tanto più in un Paese caldo come l’Italia. E’ come andare in giro con un cartello che dice “sono un’insensibile, non ho un cuore”. Le pelliccie non sono soltanto decine, centinaia di animali uccisi. Sono altrettanti animali torturati, costretti a una vita da lager, al freddo perché il loro pelo cresca, sottoposti a torture e alla fine scuoiati. Chi ha il coraggio di indossare questo dolore e morte? Purtroppo sono tanti, troppi. Sono certo che fra 100 anni ci si guarderà alle spalle e non si crederà possibile che in paesi definiti "civili" ci siano state queste barbarie contro gli animali, gratuite, sorrette da motivi puramente estetici.

Ci sono due filmati da guardare sul sito
http://www.campagnaaip.net e un'altro, ancora più sconvolgente, su http://www.strasbourgcurieux.com/fourrure/ (soltanto se pensate di riuscire a sopportare queste immagini!) che mostrano il dramma della scuoiatura degli animali. Spesso si sente dire che la gente non dovrebbe essere sottoposta alla visione di immagini troppo crude, perchè allontanano, perchè sono ripugnanti. Io invece credo che tutti dovrebbero osservare come i sadici bastardi pellicciai si guadagnano da vivere; tutti dovrebbero provare a mettersi nei panni delle loro vittime e sentirsi scorrere addosso la sensazione della tortura: sentirsi sfilare via la pelle, mentre il sangue pulsa e il corpo si irrigidisce. Se avessimo la forza di renderci partecipi del destino atroce che alcune categorie di esseri "umani" riservano agli animali, allora non si accetterebbe più alcuna giustificazione. Non si ignorerebbe una signora che indossa la pelliccia; non si tacerebbe davanti ai rivenditori, agli allevatori, agli stilisti assassini. Non ci sono scuse per chi chiude gli occhi davanti a massacri di tali gravità e dimensioni. Solo chi è privo di sensibilità alcuna, di carattere e di capacità intellettive può stare fermo e non agire. La sottovalutazione viene dall'indifferenza, genera rassegnazione e sfocia nella complicità. Se anche voi vi sentirete in dovere di dare il vostro supporto riferitevi a http://www.campagnaaip.net

A mio giudizio troppi limiti sono stati superati dalla cieca crudeltà dell'uomo, per tanti aspetti il più spietato animale del nostro pianeta. Il denaro e il profitto hanno offuscato, e in tanti casi accecato, le idee, le menti, le coscenze. Hanno anestetizzato ogni sentimento ed emozione a fronte di ogni innaturale sofferenza. Appare chiaro che la maggiore presa di coscienza e conoscenza dell'uomo nel corso del tempo, unita alla esasperata ricerca di quello che noi oggi chiamiamo "progresso", ha dato vita ad una triste ed inesorabile involuzione psicologica e sociale che abbraccia tutti gli aspetti della vita umana. Non escluso, per contraddizione, neanche quello scientifico, dove negli ultimi tempi, con sperimentazioni ai limiti, l'uomo tenta di sostituirsi a Dio. Riflettiamo. E diciamo di NO. Gaspare Messina.

martedì 26 dicembre 2006

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storie di bambini soldato

"Un ragazzo tentò di scappare dai ribelli, ma fu preso… Le sue mani furono legate, poi essi costrinsero noi, i nuovi prigionieri, a ucciderlo con un bastone. Io mi sentivo male. Conoscevo quel ragazzo da prima, eravamo dello stesso villaggio. Io mi rifiutavo di ucciderlo ma essi mi dissero che mi avrebbero sparato. Puntarono un fucile contro di me così io lo feci. Il ragazzo mi chiedeva: perché mi fai questo? Io rispondevo che non avevo scelta. Dopo che lo uccidemmo essi ci fecero bagnare col suo sangue le braccia… Ci dissero che noi dovevamo far questo così non avremmo avuto più paura della morte e non avremmo tentato di scappare… Io sogno ancora il ragazzo del mio villaggio che ho ucciso. Lo vedo nei miei sogni, egli mi parla e mi dice che l'ho ucciso per niente, e io grido." (Susan, 16 anni, rapita dal Lord's Resistance Army, in Uganda)

“Quando i ribelli arrivarono, io uscii dalla nostra casa tremando e con il cuore in gola. I bambini che erano troppo deboli per camminare erano semplicemente tagliati a pezzetti con delle asce e lasciati a morire sulla strada. Questo mi spaventò tanto.” (Estella, 15 anni, Kitgum, Nord Uganda)

domenica 24 dicembre 2006

Un nuovo Natale


Un Buon Natale è ancora possibile.
Meditiamo sul il Natale dei pesciolini esotici, dei consumi, degli affari... Viviamo, invece, la festa natalizia della famiglia allargata a nonni, cugini, zii, nipoti ma anche a quella dell'immigrato che lavora per noi. Dico sì a un consumo critico, al regalo fatto in casa con amore, e magari con le proprie mani, o a quello equo e solidale. Sì alla pace e alla nonviolenza, iniziando a viverla intimamente dentro di noi e verso tutti gli altri. Un altro Natale è possibile: ci può essere ancora un Buon Natale! Con il Natale la vita vince nonostante tutto. Ogni bimbo che nasce è il segno che Dio non si è ancora stancato dell'umanità.

Viola, la perla bianca di Anna nata nel cuore di un ricco occidente ha davanti a sè ottanta anni di vita (se tutto va bene) e una dote iniziale di 25.000 euro.

Njeri, la perla nera di Rachele, nata nella baracca di Korogocho ha davanti a sè quaranta anni di vita (se tutto fila liscio) e una dote inziale di soli 25 euro.

Due mondi, due bimbe, divise da un invisibile muro di vetro.

La prima, Viola, fa parte del 20% dell'umanità che si "pappa" l'83% delle risorse mondiali.

La seconda, Njeri, fa parte dell' oltre un miliardo di 'esuberi umani' che devono accontentarsi dell' 1,4% delle risorse, costretti a vivere con meno di 1 dollaro al giorno: sono gli innocenti di cui si rinnova la strage oggi.

Milioni di bimbi muoiono di fame, malattie, aids: un bimbo muore di fame ogni due secondi, 11 milioni ne muoiono all'anno per malattie meno gravi di un raffreddore, centinaia di milioni non inizieranno neanche la prima elementare. Due mondi, due Natali. Il nostro è il Natale dell'opulenza, delle luci, dei regali, del consumismo, degli affari. È un business senza fine, è uno shopping anche di domenica. Questo sfavillio di luci natalizie sembra un meraviglioso "acquario" in cui guizzano costosissimi pesciolini esotici. A scrutarlo centinaia di milioni di bimbi dal volto scuro che guardano affascinati l'acquoso ed esotico luccichio.

Fino a quando la parete di vetro proteggerà il banchetto degli esotici pesciolini? Per assicurarci che la parete di vetro sia davvero infrangibile e ci protegga eternamente da quei visi sognanti di bimbi affascinati, noi investiamo somme astronomiche in armi: Usa ed Europa nel 2005 programmarono di spendere 750 miliardi di dollari.

Un altro Natale non solo è possibile ma è urgente e necessario! Il Natale 'pagano' che ha ben poco da spartire con quel Bimbo che nasce in una mangiatoia alla periferia dell'impero, fuori dell'acquario anche lui indistinguibile volto nero in mezzo agli altri volti scuri.

Riflettiamo sul selvaggio consumismo, indotto e incentivato da bisogni artificiali sfornati industrialmente. Diciamo no al decadente e ripetitivo tango di regali, e diciamo sì ad un consumo critico, al regalo fatto in casa con amore. Diciamo no alla stupida pervasività televisiva e diciamo sì alle relazioni umane in famiglia, ritornando a raccontarci gioie e dolori e a riprendere confidenza con l'immaginario, prendendo a cuore anche la bellezza del celebrare insieme il fascino del Natale, nel suo intrinseco significato. Diciamo no alla violenza e alla guerra e diciamolo con fierezza, e diciamo sì alla pace e alla nonviolenza. Non smettiamo di ripetercelo. Combattiamo l'indifferenza e l'individualismo. Facciamolo con tutta l'energia e l'amore possibile. Solo così il Natale ritornerà ad essere la festa della vita che farà rifiorire la speranza di un altro mondo possibile. Coraggio, dunque, ci può ancora essere un Buon Natale! Auguri a tutto il mondo. Gaspare Messina

martedì 19 dicembre 2006

Fotolia - vendere, acquistare e condividere foto...

Vi segnalo questo bel sito, per tutti coloro avvessero voglia o necessità di mettere in vendita o acquisire immagini fotografiche di alta qualità.

Fotolia é lo spazio del mercato mondiale delle immagini libere da diritti che permette ai privati e ai professionisti di vendere, acquistare e di condividere le foto e le illustrazioni libere da diritti in tutta legalità.
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lunedì 18 dicembre 2006

traguardi del capitalismo

Ammirando la bellezza e la maestosità del Duomo di Milano, saltava imponente agli occhi una strana incongruenza e apparente incompatibilità nell'estetica complessiva della facciata del Duomo. Scattai questa foto che quì riporto. Contemporaneamente in quei giorni Beppe Grillo inseriva nel suo blog un messaggio che sollevava la stessa osservazione da me ritratta in questo scatto. Riporto parzialmente il suo messaggio:

"...la sacralità del denaro prevale sulla religione secolarizzata, diventata oggetto politico e di consumo... Un turista straniero in visita a Milano non ha dubbi. Per un prelievo o un mutuo va in Duomo. Dopo essersi inginocchiato, rispettoso delle usanze locali, si rivolge al prete o al sagrestano. Che, alle sue richieste, gli indicano gentilmente il più vicino sportello del loro sponsor bancario. In futuro in Duomo ci saranno cash dispenser sopra alle acquasantiere, il consulente finanziario nel confessionale e il ticket per la comunione..."

Parole sicuramente e giustamente provocatorie, che aprono comunque un invito alla riflessione sul nostro tempo, i suoi meccanismi e le sue istituzioni...

riflessioni prenatalizie...

Nella frenesia dei consumi, nella corsa al superfluo, che ahimè al di là della comune retorica, contraddistingue questo periodo, ricordiamoci di chi è rimasto purtroppo solo e abbandonato. Abbandonato da tutti, familiari, parenti, amici, persone comuni, e soprattutto da uno stato che afferma di vantare il settimo posto nella graduatoria mondiale di industrializzazione, uno stato impegnato a far scorrere il tempo in ridondanti frasi politiche di cambiamento e di ottimismo, che si ripetono identiche di generazione in generazione... intanto però molteplici vite scorrono silenziosamente e nell'indifferenza di una sociètà che li reputa diversi, trascurabili, come appartenenti ad una categoria a se stante, incompatibili con il nostro artificiale mondo di tutti i giorni; invisibili esistenze che quasi sempre si spengono in assoluto silenzio. Un triste silenzio che merita il rispetto della dignità di ogni uomo. Un piccolo aiuto, non cambierà purtroppo la loro condizione, non cambierà sicuramente la nostra condizione, ma almeno darà loro la possibilità di guardare al giorno dopo. Non priviamoci di regalarci una piccola e sincera emozione di umanità, nella triste consapevolezza che in questo pianeta il valore reale attribuito al denaro ha superato quello attribuito all'essere umano. Gaspare Messina.

La bella foto - tra psicoanalisi e commento

Ho trovato un'articolo veramente interessante pubblicato su photo4u.it da Carlo Lagrutta, nel quale offre un approfondito viaggio tra quelle che potrebbero essere le chiavi di lettura di una bella foto, attraversando quegli aspetti che sfiorano la psicoanalisi per ritrovarsi poi al cospetto della critica e del commento come anello fondamentale di un'importante catena nell'impatto visivo con una fotografia. Lo riporto di seguito.

Qual è l'alchimia della bella foto?
Essere in grado di ritagliare porzioni di spazio dalla realtà che ci circonda e fargli assumere una valenza che prima non sembrava esserci. Provate a farci caso, quand'è che ci emoziona una foto? Quando la riconosciamo come un ritaglio della vita reale, mai visto prima. Quando nella nostra testa, nel giro di qualche istante, avviene una trasformazione, una sorta di sublimazione che estrapola ciò che stiamo osservando e lo proietta in un contesto ricco di emozioni, esperienze, sentimenti frutto del nostro bagaglio. Per fare una similitudine, pensiamo alle barzellette, alle battute comiche. Ci fanno tanto più ridere, quanto più è ampia l'attesa del finale, la distanza tra la comprensione del normale e del potenziale equivoco, dello stupore che creerà in noi la battuta che dovremo riconoscere come vera o parzialmenta vera, ma vista in modo diverso. Analogamente nelle immagini ci affascina una porzione di reale che non ci aspettavamo di vedere in quel modo. Avviene una sorta di 'riconoscimento' di un pezzo del reale, di elementi reali. Più l'immagine rappresenta un qualcosa che non avevamo ancora visto in quel modo, più ci meraviglia, ci incanta. Quando una foto invece ci sembra banale? Quando rappresenta una cosuetudine, un qualcosa di abituale, un oggetto comune, visto e rivisto in quel modo, riconosciuto come normale nel nostro 'mondo' di vedere, un po' come una battuta scontata che non ci fa ridere perchè ce l'aspettavamo proprio così. La bella fotografia è quindi un piccolo ritaglio di vita che in pochi istanti riconosciamo come rappresentante di un mondo che sta tanto fuori quanto dentro di noi, coinvolgendoci nei sentimenti. La nostra mente non è mai ferma, interpreta, elabora, insomma fa la cosa per cui ha motivo di esistere: si mantiene in vita. Ci avete mai fatto caso che nei primissimi istanti in cui guardate una foto, la mente è ferma? Per pochi istanti, ma lo è. E' ferma in uno stato di curiosa attesa... e aspetta. Cosa?
La reazione. L'occhio separa da una parte il mondo reale e dall'altra il mondo mentale, quel mondo fatto di miliardi di cellule vive che 24 ore su 24, da tanti anni quanti quelli che abbiamo, scambiano dati, controllano, memorizzano, elaborano. Solo questo lavoro che sta dietro l'occhio dovrebbe bastare come sola meraviglia, ma la magia non si ferma qui. La nostra mente è in grado di reagire in modo emozionale alla semplice visione di una piccola immagine su un pezzo di carta o su un pezzo di vetro (monitor). Perchè? Perchè riconosce e associa un qualcosa. Associa forme e colori a idee, ricordi, sogni, fantasie e questo inevitabilmente coinvolgerà i sentimenti dell'essere umano. Non è necessario che la foto rappresenti un qualcosa di già visto, anzi. Come dicevo, il già visto rischia di apparire poco interessante e se poi si trova in un contesto comune o è un'oggetto quotidiano, c'è il rischio che sembri banale. Non è la foto in se che la nostra mente riconosce, ma gli elementi. Bastano pochi elementi perchè si scateni il processo associativo.
Processo associativo
Guardiamo per pochi istanti una foto ed il processo inizia, parte l'elaborazione. Più associazioni si creeranno e più emozioni ne verranno fuori. Saranno queste emozioni a farci dire: che bella foto. Le emozioni risultanti potranno essere anche relative a sentimenti di tristezza, malinconia, ma un buon critico non deve giudicare tanto il tipo di emozione provata quanto il processo che ha portato a quell'emozione. Ci si può emozionare nel bello e nel brutto dei sentimenti umani, ma la bellezza della fotografia dovrebbe rimanere immune da classificazioni di questo tipo. La bella foto è bella perchè il processo associativo porta ad un'emozione, quale che sia non ci deve influenzare, eventualmente influenzerà il nostro genere di foto che ci piace vedere o meno. Il processo associativo dell'osservazione viaggia un po' come nel mondo dei sogni. E' infatti un'immaginare, sognare ad occhi aperti. Come nel mondo dei sogni le immagini, i simboli, i ricordi, le esperienze si associano, creando una trama. E' un mondo da psicoanalisi che a noi interessa comprendere solo in minimi dettagli. Difronte al processo associativo è facile capire come questo sia soggettivo, sia tutto appartenente all'osservatore. La fotografia sembra assumere le forme di uno specchio che riflette semplicemente le associazioni dell'osservatore. E' un po' così in effetti. Non a tutti gli osservatori piace la medesima foto e non a tutti piace per gli stessi motivi.
Processo vivo
L'osservazione è un processo vivo a se stante. Coinvolge due persone: il fotografo e l'osservatore. L'emozione di un determinato momento coinvolge il fotografo che scatta la foto. La foto origina il processo associativo che darà vita ad un'emozione nell'osservatore. Il cerchio si è chiuso come in una catena, ma il processo è vivo perchè le due emozioni non coincidono quasi mai. Non siamo difronte a qualcosa di meccanico o prevedibile. Avrete fatto caso ai commenti di una stessa foto come frequentemente sono diversi. Chi ci vede una cosa e chi ne vede un'altra. Interpretazioni a volte distanti, a volte il fotografo da spiegazioni completamente diverse dai commenti. Ecco il perchè di un processo vivo, cangiante. Un processo che si modifica anche nel tempo. Quante volte è capitato di giudicare un'immagine in un certo modo d'acchito e scoprirene poi altri aspetti a distanza di tempo, dopo una seconda o una terza visione. Questo rapporto vivo rende unico il piacere dell'immagine. Il fotografo sa di aver fatto una bella foto, ma non saprà mai come e in che intensità sarà recepito. Chi osserva una foto può apprezzarne o meno gli aspetti, ma non saprà mai con esattezza cosa ha visto l'autore. A meno che ... non ci sia un commento che faccia da guida per entrambi gli 'attori'. In questa fase è di importanza rilevante la propria esperienza di vita e la propria sensibilità. A volte capita che un'immagine non venga apprezzata perchè non capita dall'osservatore. Questa incomprensione può nascere fondamentalmente da tre motivazioni. La prima è che il fotografo può avere realizzato un'immagine talmente personale, talmente particolare, da non far scaturire un adeguato processo associativo nell'osservatore. La seconda è praticamente figlia della prima ma pone l'accento su chi osserva, quest'ultimo forse non ha acquisito, nella sua esperienza di vita, quegli elementi sufficienti alla giusta comprensione dell'immagine. La terza riguarda un’osservatore ‘evoluto’, crsciuto ‘fotograficamente’ che non è più coinvolto da determinate immagini già viste, per le quali aveva provato piacere tempo prima, ma che ora non lo coinvolgono più perché in cerca di altro. Un ricercatore che non prova più emozione per sentieri già percorsi.
Crescita per livelli
Come in tutte le discipline e le arti avviene una crescita per livelli anche in fotografia. Si inizia da un punto e si procede. Si affina il gusto, la tecnica, l’esperienza, la sensibilità. Crescita che ognuno di noi decide se iniziare e quando finire. Lo scopo è il piacere di creare belle immagini di cui godere, non necessariamente divenire un esperto, un luminare, un grande professionista. Quest’ultime son cose o esigenze personali che possono nascere col tempo. Mi spiego con un esempio pratico e molto comune: la foto di tramonti. Il tramonto è un soggetto molto inflazionato perché è uno spettacolo della natura gradevole che capita con una certa frequenza. Un giovane fotografo ne è subito attratto. Trovata l’occasione inquadra e scatta. Foto bella, bei colori il nostro giovane fotografo ne è soddisfatto. La fa vedere ad amici e parenti ricevendo lodi. Poi incappa in un amico più ‘cresciuto’ il quale gli dice che la foto è banale, scontata, scialba. Siamo difronte ad una situazione in cui il processo associativo non si instaura nell’osservatore con più esperienza. Questo osservatore non apprezza più quella foto, quella tipologia, il che è ben diverso dal non essere in grado di apprezzarla. Questa situazione può essere o non essere uno spunto di crescita per un fotografo inesperto, valutazioni personali, soggettive. Una simile situazione a volte diviene un’occasione di scherno da parte del più esperto, con battute minimizzanti o ridicolizzanti nei confronti dei lavori apparentemente più semplici. Questo atteggiamento è alquanto riprovevole perché l’esperto decide di porsi autonomamente su un gradino più alto, ma nessuno ha mai detto che la crescita ad un livello fotografico più ‘elevato’ giustifichi dei commenti mortificanti per immagini più semplici. Difronte a queste situazioni, mi pongo sempre questa domanda: ma come, un fotografo di un certo livello non dovrebbe essere più portato, dotato, capace di vedere la bellezza in un’immagine più modesta? Insomma, più si sale da una parte e più si scende dall’altra? C’è qualcosa che non mi torna. Quello che non torna può assumere diversi aggettivi a seconda del caso: orgoglio, presunzione, invidia, gelosia. Segue il tipico meccanismo: ‘io sono diventato bravo ed è evidente che tu non lo sia, potresti esserlo, ma non so se potrai farcela, non sarò di certo io a dirti come fare’. Questo è un meccanismo umano, poco maturo e più o meno contestabile, ma quello che io trovo veramente sbagliato è il dare per scontato che il neo-fotografo voglia crescere, cambiare, affrontare altre strade sentendosi dare ‘velatamente’ dell’incapace. Molto meglio sarebbe dire: ‘ho visto la tua foto, volendo, credo che riusciresti ad esprimere molto di più. L’ho visto fare, però io non sono in grado di aiutarti. Se ti interessasse crescere sotto questo aspetto, sappi che della tua foto non mi piace: questo, questo e quest’altro’. Il neo-fotografo potrebbe essere già appagato del suo tramonto, ma se decide di intraprendere una nuova ricerca, la miglior cosa è che questa nasca spontanea.
Punto comune
Comincia ad essere chiaro che la ‘bella foto’ necessita, sostanzialmente, di un punto comune tra il fotografo e l’osservatore (il critico). Questo punto d’incontro dovrà accumunare certe situazioni culturali, certe esperienze emozionali e sicuramente anche certe esperienze tipiche della disciplina. In fotografia un bella foto può dipendere anche da determinate tecniche, ammirate, apprezzate da chi sa quanto siano difficili da realizzare. Una foto è tanto ricca di elementi del mondo reale, quanto di molteplici aspetti tipici della psicoanalisi. Per esempio possiamo dire che la foto di un tramonto piace a tutti perchè ha dei colori ‘caldi’, rappresenta serenità, quiete, pace, armonia… e via dicendo. Sentimenti che tutte le persone hanno. E’ difficile che un tramonto non emozioni la massa delle persone, non trovi nella maggior parte degli osservatori un consenso. L’eventuale dissenso può arrivare da chi ha già goduto di certe immagini e ora le trova noiose. Questo punto comune è ben studiato dai mass-media, dalla televisione, dai produttori. Serve per classificarci, per capire cosa ci piace e cosa venderci, cosa farci vedere. Tutto ciò che va sotto il nome di ‘commerciale’. Quando pensiamo ad un film, una canzone, un liquore, un reality, un auto commerciale, a cosa pensiamo? Pensiamo a qualcosa che viene acquistato, visto, goduto, dal maggior numero di persone… quindi ciò che fa bussines. Siamo però tutti concordi che ciò che viene definito commerciale non è sempre il meglio della sua categoria o per lo meno non lo è sempre per noi. Anche nella fotografia, concetti analoghi, possono trovare ragione. Potremmo dire in altre parole che una foto è tanto più bella, quanto più soddisfa le attese dell’osservatore. Questo concetto slega un po’ ‘la bella foto’ da un'idea di assoluto. Concetto in cui cadono molti, perdendo di vista che il primo bisogno del fotografo è appagare se stesso. Appagare gli altri è un passo successivo che nasce dal bisogno umano di confrontarsi per non vivere nella propria ‘nevrosi’, nella propria nicchia. Il confronto dona la possibilità di vedere se stessi attraverso gli occhi di un altro. Un processo mentale unico nel genere animale. Non so quanti di noi comprendono a fondo questo meccanismo di interscambio, vedere con gli occhi di un altro… non è incredibile? Purtroppo accade che sia molto più facile trincerarsi dietro i propri orgogli a difendere la propria nicchia che da tanta sicurezza, ‘la fuori il mondo è cattivo e ce l’ha con me’. Oppure ‘io son diventato così bravo che mi capisco da solo. La foto può anche essere banale, inespressiva ma l’interscambio delle nostre opinioni, non può che aggiungervi valore. Finchè non ne discutiamo, non potremo sapere il motivo della nostra conclusione. Nel caso in cui fossimo certi di trovarci difronte ad una foto banale, sicuramente il fotografo ne è soddisfatto per quel che lo riguarda, ma certamente non sa perché noi la reputiamo banale. Questo vale anche per quegli autori, ricercatori che si esprimono con immagini di difficile assimilazione ‘commerciale’. Si esprimono senza spiegazione, evidenziando come la loro opera intellettuale sia rivolta solo a chi potrà capirla. Opinabile, ma giusto; ognuno è libero di fare ed agire come crede, l’importante è essere consapevoli che l’andare avanti non corrisponde sempre ad un avanzamento verticale. Cercare, studiare, realizzare immagini sempre meno ‘commerciali’, immagini di un certo livello personale con il fine di aumentare la propria capacità di espressione, sensibilità, emozionalità è sicuramente positivo, il cammino dell'artista. Può diventare persino un nuovo genere di espressione, uno stile, un grande dono per tutti i fotografi. Procedendo in questo modo la nostra capacità di ricezione del piacere fotografico ‘aumenta’. Aumenta la capacità di godere dell’immagine. Una sana crescita deve nascere da un desiderio spontaneo e basata sul concetto di AUMENTO. Non sempre però è così e a volte c’è una perdita. La perdita della capacità di apprezzare immagini più semplici che pur sempre rimangono immagini. Guadagnare una capacità e perderne un’altra è un TRASLARE, uno spostarsi, senza aumento. Si trasla a causa di un male comune: la noia. La noia ci spinge a cercare nuovi stimoli. Tipico pensiero: ‘oh ma che foto noiosa, le facevo 20 anni fa, ancora queste foto’. Questo ci spinge ad apprezare lavori di diversa, più matura esperienza. Se da un lato questo è ragionevolmente corretto, logico, giusto come appartenente ad un processo ‘evolutivo’, dall’altro lato non posso che osservarne anche l’aspetto negativo. Per me l’evoluzione è una crescita di tipo verticale, un aumento di valori aggiunti, ma se io aggiungo un valore da una parte (ricerca fotografica d’intelletto) ma dall’altra ne sottraggo un altro (incapacità di apprezzare foto semplici, comuni) non rimango più o meno con le stesso valore iniziale? E’ un po’ come se (… ed in psicoanalisi succede veramente) ci dicessimo: ‘i bambini non mi piacciono, non li sopporto perché ora sono adulto e io sono già stato bambino … Non dobbiamo perdere la capacità empatica di immedesimarci, anche se questo dovesse corrispondere ad una regressione ‘apparente’. Nessun adulto potrebbe mai allevare un bambino se non avesse queste capacità. Senza empatia perdiamo ricchezza, perdiamo un pezzo di noi, subiamo una piccola mutilazione. Dalla noia si passa velocemente al vizio. Il vizio di vedere solo ed esclusivamente certe immagini, sempre più forti, sempre più sofisticate … si cade in un vortice che rischia di esaurirci. Tutto questo accade perché abbiamo deciso di traslare solo in una direzione proiettata in avanti. Finiremo per rincorrere il piacere come atto unico, anziché ampliare la capacità di godere di tutte le immagini. Riuscire a godere tanto dell’immagine più ‘intellettuale’, quanto del tramonto sul mare è ricchezza. Questo significa crescere in senso verticale, aumentare le possibilità di gustare le occasioni di piacere ricevuto da più immagini.
Libido
Il commento ad una foto è molto più importante di quanto apparentemente sembri. Può sembrare una perdita di tempo, una cosa inutile, ma equivarrebbe a dire che è inutile anche la macchina fotografica, ...allora perchè fotografare? Perchè fotografiamo se non per il piacere? E' la ricerca del piacere a far muovere il fotografo, cerca il piacere dell'emozione, del sentimento e lo racchiude in una foto per tornare ad emozionarsi poi. Sotto questo aspetto è un'edonista, cerca il piacere, lo corteggia,lo immortala, lo accumula, non gli basta mai. Un ulteriore piacere lo si riceve quando il fotografo fa un'importante scoperta. Quando scopre che anche foto scattate da altri sono in grado di emozionarlo. Questa 'scoperta' amplifica il mondo del singolo, portandolo su livelli ben più ricchi perchè fa suo anche il mondo di altri. Come non intuire quanto l'osservazione di immagini scattate da altri, arricchisce il proprio piacere. Questo si manifesterà con delle emozioni che diverranno poi dei ricordi nella nostra mente, aumentando il bagaglio delle nostre esperienze. Aumenterà la nostra capacità di apprezzare sempre più immagini prima incomprensibili e conseguentemente aumenteranno le nostre attitudini fotografiche nel saper cogliere i giusti elementi nel mondo che ci circonda. Il commento è come l'anello di una fondamentale catena. Non è importante il commento scritto, la critica, il giudizio, è importante il nostro commento all'emozione. Guardare delle immagini e via è come guardare le vignette di un fumetto senza leggerne le didascalie. La storia risulterà incomprensibile. Guardare una foto pochi istanti e pensare 'si è bella' o 'no è brutta' non ci dice il perchè e non ce ne fa assimilare l'esperienza. E’ come se avessimo perso un attimo del nostro tempo. Non comprendere i motivi di un'amozione è una comodità, comprenderli è invece una ricchezza.
La catena
In questa catena di processi, mi sono permesso di mettere in luce gli anelli fondamentali. Mi premeva evidenziare questi più importanti anche per me stesso che spesso me li dimentico o li perdo per strada. A questo punto manca l'ultimo pezzetto della formula magica di quest'alchimia. Manca di capire come fare a ritagliare quel rettangolo di mondo, quella fotografia in grado di darci il piacere attraverso l' emozione. Come fare qualla foto che sarà in grado di emozionare anche altre persone attraverso il loro processo associativo? Immaginiamo una catena chiusa. Qual'è il primo anello? Trovato il primo si trova anche l'ultimo ... ma è vero anche il contrario, trovato l'ultimo troverò anche il primo. Gli anelli della catena da considerare sono tanti: la tecnica, gli strumenti, le attrezzature, le possibilità economiche, le occasioni, i luoghi, le attitudini, la cultura, le esperienze, la maturità e via dicendo. Non so bene in che ordine doverli mettere, ma poco mi importa. Se conosco l'ultimo anello, conoscerò anche il primo. Se io non so perchè una foto mi emoziona, ma accetto la semplice emozione perchè mi è comodo, se io non so perchè provo piacere nel guardare una foto, ma accetto il semplice piacere perchè mi è comodo... che foto potrò mai scattare se non delle immagini 'comode'? Le mie stesse critiche non potranno che essere ‘di comodo’. Non sarò mai ricco sotto questo aspetto ... Criticare le immagini di estranei è molto più semplice perché non c’è un personale coinvolgimento, ma se non so farlo, come potrò crescere nell’autocritica? Questo è l'ultimo anello, capire perchè ci si emoziona, capire questo affascinante mistero che porta un pezzo di carta ad emozionarci. Questo non è certo un invito a lasciare commenti scritti alle fotografie di questo forum (sicuramente è un valido aiuto, un ottimo esercizio farlo), è sufficiente soffermarsi a leggere l'emozione dentro se stessi alla prima occasione che si presenterà, guardarla con lucidità. Capire quali elementi coinvolgono le nostre emozioni, capire come reagiamo a certi stimoli visivi, capire qual è la fonte del piacere. Capito questo, avremo trovato gli elementi delle nostre belle foto, avremo capito come disporli, come inquadrarli. Pian piano assimileremo tanti segreti per crescere verticalmente, senza perdere pezzi per strada. Se l’emozione di una foto non avesse proprio niente da dirci, non avremmo mai comprato una macchina fotografica...

giovedì 14 dicembre 2006

emigrare nel 2006

Girando un pò per il web, un giorno mi è saltò all'occhio un link che subito mi incuriosì: www.scappo.it; Il sito raccoglie messaggi di chiunque voglia lasciarvi un'opinione sul perchè ha lasciato o ha intenzione di lasciare il nostro paese e di descrivere le ragioni di tale intenzione. Tra tutti, un messaggio di un ragazzo, trasferitosi ormai da un pò di tempo a Saigon, mi colpì particolarmente. Libero da ogni giudizio, lo riporto di seguito:

Perchè sono scappato: Era un idea che mi frullava da un pò di tempo nel cervello. Sentivo una voce dentro che mi diceva di scappare, di provare, di cambiare. Di rimettermi in discussione. Di mettere in discussione tutto il nostro modo di vivere. Non mi sono voluto fermare al solito PRODUCI-CONSUMA-CREPA (CCCP docet). Perché a parte piacevoli quanto corte parentesi la vita da noi è incentrata tutta sul lavoro: ti alzi la mattina, vai a lavorare, mangi, lavori, torni a casa e forse esci qualche oretta. Il giorno l’hai passato a lavorare. Ti fanno il lavaggio del cervello, ti costruiscono bisogni artificiali che ti portano poi a spendere più soldi, per poi farti lavorare di più, pian piano consideri una vita passata a lavorare e tirare avanti, oltretutto sotto stress, la normalità delle cose. E il tempo prezioso ed unico se ne va. E allora mi chiedo: perché non provare qualcosa di diverso? Perché non sorprendersi in decisioni folli? Perché non rischiare? Perché rinchiudersi in preconcetti inventati da altri?

Cosa ho trovato: é stato naturale: rinfrescare e migliorare il mio inglese, imparare una nuova professione, vivere a contatto con mentalità e culture diverse, vivere lontano da famiglia e amici, integrarmi in un contesto sociale completamente differente. Certo, non è stato tutto una passeggiata, ma anche le difficoltà le affrontavo con maggiore stimolo e voglia. Non che prima fossi una persona completamente assorbita dal lavoro e dal consumismo, anzi…. ma certamente questa esperienza ha rafforzato notevolmente il significato che davo o do alla vita: avevo completamente dimenticato le parole stress, scadenze, tasse, bollo, assicurazione, macchina, fretta… e liberatomi di questi pensieri ho incominciato a sentirmi leggero. Rilassato. Soprattutto libero. Mi svegliavo la mattina con una leggerezza d’animo mai provata. Andavo in spiaggia. Da solo. E godevo anche dei quei momenti di solitudine. Stavo bene con me stesso.

Tanti amici mi scrivono cose del tipo: sei stato un grande, tu hai avuto le palle di mollare tutto e andare via, non è da tutti, ci vuole coraggio... ma io sono convinto invece del contrario: coraggio ci vuole per rimanere, alzonadosi ogni mattina al odioso suono di una sveglia per andare a lavorare 8 ore al giorno per 40 anni, senza peraltro avere piu' la sicurezza di raggiungere una pensione, indebitandosi per 30 anni per comprarsi un appartamento, aspettando come un miraggio il finesettimana, che poi passa veloce e inconcludente, facendo queste misere 2 settimane (quando va bene 3) di ferie all'anno, vedendo poi, che in generale, le cose vanno sempre peggio... a me queste cose facevano paura, ed è per questo che sono "scappato". Altro che coraggio!

Un libro che fa riflettere...

Prima lettera dalla Kirghisia: Cari amici, non sono venuto in Kirghisia per mia volontà o per trascorrere le ferie, ma per caso. Improvvisamente ho assistito al miracolo di una società nascente, a misura d'uomo, dove ognuno sembra poter gestire il proprio destino e la serenità permanente non è un'utopia, ma un bene reale e comune. Qui sembra essere accaduto tutto ciò che negli altri Paesi del mondo, da secoli, non riesce ad accadere. Arrivando in Kirghisia, ho avuto la sensazione di "tornare" in un Paese nel quale in realtà non ero mai stato. Forse perché da sempre sognavo che esistesse. Il mio strano "ritorno" in questo meraviglioso Paese, è accaduto dunque casualmente. Per ragioni tecniche, l'aereo sul quale viaggiavo ha dovuto fare scalo due giorni nella capitale. In ogni settore, pubblico e privato, non si lavora più di tre ore al giorno, a pieno stipendio, con la riserva di un'eventuale ora di straordinario. Le rimanenti 20 o 21 ore della giornata vengono dedicate al sonno, al cibo, alla creatività, all'amore, alla vita, a se stessi, ai propri figli e ai propri simili...

Un libro che fa riflettere sulla vita che tutti noi viviamo... sulla semplicità delle piccole cose e dei gesti semplici e spontanei...
vorrei partire anche io per la Kirghisia, al più presto, perchè è lì che ogni uomo che nasce dovrebbe vivere per essere definito appunto tale. Consigliato vivamente a tutti! (prezzo €10) Autore: Silvano Agosti.

mercoledì 13 dicembre 2006

CANON EF 100-400 f/3.5-5.6 L IS



SPECIFICHE TECNICHE
Costituzione ottica: 17 Elementi in 14 Gruppi
N° lamelle per diaframma: 8
Apertura minima (grandangolo): 32-40
Distanza minima di messa a fuoco (m): 1,8 m
Diametro filtri (0 mm) 77mm
Misure esterne diametro x lunghezza (mm x mm): 92 x 189
Peso (g): 1380 g

Il Canon EF 100-400 è uno dei pochi zoom serie L con una così vasta escursione focale ( 4x da 100mm a 400mm ). Viene superato solo dal 35-350. Non solo, è anche il primo obiettivo zoom professionale ad utilizzare l'innovativo stabilizzatore d'immagine, un dispositivo ottico capace di compensare movimenti indesiderati che degraderebbero la qualità dell'immagine finale.

COSTRUZIONE - ESTETICA - COMANDI

Come tutte le ottiche Canon serie L anche il 100-400 è costruito interamente in metallo. La scelta di questo materiale se da un lato assicura una robustezza veramente notevole, dall'altro rende l'obiettivo abbastanza pesante ( quasi 1,4 kg ). L'abbinamento con una macchina di livello professionale come la 1Ds usata durante i nostri test porta il peso complessivo dell'apparecchiatura a quasi 3 Kg....un punto da considerare con attenzione se pensate di utilizzare una simile attrezzatura durante escursioni o lunghe sessioni di ripresa. La cura nella costruzione è di primo ordine. L'impressione di solidità è estrema e anche ad un esame molto ravvicinato non si notano sbavature o particolari mal allineati.
A differenza della quasi totalità degli zoom in commercio il 100-400 Canon è di tipo PUSH&PULL. Questo significa che la lunghezza focale non varierà azionando la classica ghiera ma bensì tirando o spingendo parte del barilotto che di conseguenza varietà considerevolmente le sue dimensioni. Nell'immagine qui sopra è ritratto l'obiettivo completamente allungato. Questo tipo di soluzione può apparire scomoda o poco intuitiva. Personalmente prima di poter testare l'ottica anche io ero di questa opinione. Una volta familiarizzato con il comando però devo dire che ci si abitua in fretta e in alcune occasioni ammetto che la soluzione push&pull potrebbe essere più immediata e istintiva rispetto a quella classica. Immaginate per esempio di seguire i volteggi di un uccello in volo. La "casualità" del movimento e la sua velocità non permettono di prevedere con certezza un punto adeguato a scattare la foto e molto speso l'azione è talmente rapida da creare problemi con l'inquadratura. Azionare lo zoom tramite una ghiera sarebbe lento soprattutto avendo a disposizione un'escursione focale tanto ampia. Il meccanismo push&pull permette invece di tenere sotto controllo l'azione usando la focale minima. Al momento dello scatto un veloce movimento ci permette di spostarci praticamente all'istante vicino al soggetto e di scattare. Una ghiera di regolazione permette di regolare la resisteza dello stantuffo: da 0 al blocco dell'ottica a una fissata lunghezza focale. Come al solito sul barilotto sono presenti i selettori per passare dalla messa a fuoco manuale a quella automatica, la ghiera della messa a fuoco manuale e un selettore per impostare il range di messa a fuoco. In posizione 1 l'autofocus presume che il soggetto sia ad una distanza variabile tra 1,8 metri e l'infinito. Se invece sappiamo a priori che il soggetto fotografato sarà a più di 6,5 m da noi converrà utilizzare la seconda opzione. Scartando il range tra 1,8 m e 6,5 m l'autofocus sarà più veloce. Infine come mostra la parte sinistra dell'immagine qui sopra sono presenti due selettori relativi alle funzionalità dello stabilizzatore d'immagine.

LO STABILIZZATORE OTTICO D'IMMAGINE

Utilizzando ottiche medio lunghe uno dei rischi in cui si corre è quello del micromosso. Una possibile soluzione a questo problema, anche se non la più economica, è di utilizzare ottiche dotate di stabilizzatore di immagini. Grazie all'utilizzo di un giroscopio capace di rilevare i movimenti accidentali dell'obiettivo e tramite un apposito gruppo di lenti flottanti, lo stabilizzatore d'immagine riesce a compensare il movimento e ad annullarne gli effetti. Grazie a questo dispositivo è possibbile realizzare scatti a mano libera che altrimenti risulterebbero impossibili e completamente rovinati dal mosso. Chiaramente nel momento in cui il mosso è dovuto al movimento del soggetto lo stabilizzatore risulta del tutto inutile.

QUALITA' DELLE IMMAGINI
Il 100-400, soprattutto alla focale maggiore si presta molto per composizioni in cui l'uso di un potente teleobiettivo contribusce all resa di immagini di grande effetto. La resa dei colori è veramente ottima. Il 100-400 Canon è capace di regalare immagini molto belle. Nitide e ben contrastate con colori ben saturi. Per ottenere il massimo come al solito è meglio chiudere l diaframma di almeno uno stop. Peccato che l'apertura non sia fissa ma vari da f/3.5 a f/5.6 alla massima focale. La resa del fuori fuoco o bokeh come dicono i giapponesi è molto piacevole e si presta ben per far risaltare il soggetto principale. Il campo di utilizzo migliore per questa ottica, viste le sue doti e i suoi difetti, è la fotografia naturalistica dove sicuramente si potrà sfruttare l'ampia escursione focale e non ci si sentirà troppo penalizzati dalla scarsa luminosità anche grazie all'ottimo stabilizzatore.

CONCLUSIONI
PRO
- Otticamente molto buono- Buon Contrasto- Ottimi Colori- Stabilizzatore- Ottima Costruzione
CONTRO
- Peso- Dimensioni- Apertura Non Costante- Molto Vistoso
Il prezzo è in linea con le prestazioni e si aggira intorno ai 1.800 Euro.

martedì 12 dicembre 2006

Pablo Neruda

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su biancoe i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce. Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

Pablo Neruda

lunedì 11 dicembre 2006

Consigli di lettura....

Cari amici, non posso non citare e consigliarvi alcuni libri di un uomo che attraverso le sue letture ha cambiato la vita ed il modo di relazionarsi con il mondo a tanta gente, me compreso, Tiziano Terzani. Lui, attraverso i suoi continui viaggi e l'innata voglia di conoscenza per nuovi popoli e culture finisce col diventare egli stesso una grande sorgente di culture e idee diverse e, rielaborandole con un linguaggio occidentale, le ha semplificate. Sono idee antiche che tutti conosciamo ma che abbiamo purtroppo perso di vista: la vita, la paura della morte, le domande che un uomo si pone e alle quali cerca una risposta senza ricorrere alla religione tradizionale. Parla di queste grandi domande rimaste coperte dal rumore logorante di questi tempi". Tiziano ha toccato le corde dell'animo umano che in questi tempi sono nascoste sotto tutti i rumori che ci circondano. Sarò lieto di riportare in questa sezione, di tanto in tanto, alcuni dei pensieri e delle riflessioni per me più significative tratte dai suoi testi, con l'auspicio che possano far nascere delle emozioni in qualche animo o comunque un semplice spunto per una personale riflessione. Grazie a tutti.



Photo selection 2008
By Gaspare Messina Photographer

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